0 7 minuti 3 anni

Un artista polivalente, sempre alla ricerca dell’armonia tra materiali e colori

Risiede a Nozzano Castello ed è un esponente molto apprezzato dell’arte minimalista, essenziale, alla ricerca di una forma più pura di espressione, liberata dal superfluo. Noi abbiamo voluto conoscere Claudio Gaddini,  da vicino e intervistarlo.

Come è nata la sua passione per l’arte?
“La mia passione per l’arte è nata dalla chitarra prima che dalla pittura. Negli ultimi anni ho potuto dedicarmi interamente alla pittura, all’arte, che è per me una necessità, un’esigenza, un cammino che sto percorrendo. Lavoro con materiali che dialogano tra loro, come appunto il reticolato di polietilene, la juta, oggetti naturali, proprio per abbattere i confini tra arte e quotidianità. Penso all’arte come una prassi di riflessione e anche di libertà. C’è un connubio tra oggetti di materiale diverso che fanno parte della mia vita, un prodotto di scarto utilizzato nell’industria da una parte, l’oggetto naturale dall’altra. Tutto porta a delle riflessioni molto profonde da un punto di vista anche filosofico sulla percezione stessa della quotidianità. E’ veramente importante tramite una percezione o uno sguardo vedere l’invisibile, quello che sta dietro. A livello estetico cerco sempre delle immagini dove oltre all’equilibrio si deve formare anche un’armonia”.
Quali sono state le sue prime opere? Le ha eseguite quindi con la pittura a olio?
“A vent’anni ho sperimentato tanto a livello pittorico, di disegno, fino al graffitismo americano degli anni settanta. Dopo il 2020 il mio modo di vedere l’arte si è in qualche maniera evoluto, il tema è diventato quello di riuscire ad integrare l ‘arte con l’ambiente che abitavo”
Lei affronta spesso la tematica dell’ambiente, dell’inquinamento. Anche nelle prossime opere pensa di trattarla?
“Non lavoro utilizzando questi materiali per un’idea precisa di denuncia sull’inquinamento.. Chiaramente ammirando, proteggendo, anche in un certo senso, come dei ready-made, oggetti di ritrovo, conservandoli, cambiandogli la percezione, almeno davanti ai nostri occhi, portandoli a far parte in un processo che prevede l’opera d’arte, viene coinvolto anche l’ambiente e tutti quei luoghi che da sempre mi vedono partecipe come fruitore di lunghe passeggiate lungo i fiumi.”
Qual è il suo rapporto con la natura? Mi sembra che le piaccia molto…
“Sì, un pò come forse tutte le persone che hanno da sempre abitato la campagna. Ho sempre vissuto vicino al fiume Serchio. Mi sono trasferito a Nozzano Castello. Sono i luoghi della mia infanzia. I profumi, i colori e lo stesso ambiente lucchese molto sereno, tranquillo, vicino al mare e alla montagna, secondo me crea le condizioni ottimali, anche di benessere psicofisico”.
Com’è che è giunto a scegliere proprio un’arte astratta e minimale, a cercare la forma pura, l’essenza?
”Nell’essenza possiamo trovare l’anima delle cose, ho ricercato quel materiale che conferisse la forma più pura senza avere un minimo di superfluo, perchè ho trovato nell’astratto, dopo tanta pittura figurativa , un elemento molto interessante. Si basava sul non avere una mentalità aperta ma un’apertura mentale. Cerco così di approfondire tramite il mio fare artistico il linguaggio dei segni, la forma, il colore, la materia”.
Il suo lavoro cammina su due linee parallele. Una è quella dei dipinti a parete e l’altra è quella della scultura e dell’oggetto tridimensionale che si inserisce nello spazio.
“Ho eseguito per molti anni monocromi dipinti con acrilico come nella serie Human Geographies. Il ritorno alla pittura che intendo oggi è un ritorno al colore. Con la juta lo utilizzerò di nuovo, come massa visiva, come corpo. Quello che chiamo monocromo, anche per una certa convenzione, è un lavoro dove viene utilizzato il bianco che poi assume diverse tonalità sempre chiare perchè, nel momento in cui vado ad incidere il materiale, pezzettini anche microscopici di vernice si staccano lasciando intravedere la superficie sotto, creando così altre sfumature, oltre ad una maniera diversa di incidere ed una diversa direzione dell’incisione stessa. Si crea un gioco di luci e di ombre, di pieni e di vuoti, come nel caso della mostra alla fondazione POMA a Pescia. Nei lavori con la juta troviamo linee verticali ed orizzontali, o cercato un astrattismo geometrico. Nelle Human Geographies le forme assomigliavano più a delle planimetrie, a delle arborescenze, non tendenti alla geometria. Anche nei nuovi lavori che sto realizzando con la juta, ho voluto creare una curva, un’imprecisione, un movimento, sono geometrie non perfette che tendono a sfuggire da loro stesse, richiamandoci alla natura e alla sua imperfezione nella sua perfezione. Proprio per questo lascio su tutti i Carpets delle impurità, che conferiscono un carattere unico”.
Ha realizzato una serie “Arborescenze” in cui, a partire dal dato naturale, sintetizza il segno per entrare nella materia. Come nella serie “Human Geographies”, utilizza uno strato di polietilene semitrasparente e crea, con pennarelli acrilici, schemi ed arborescenze. 

Ci può descrivere questa serie e spiegarci il significato?
“C’era una doppia valenza: in quel momento lavoravo sempre con il reticolato di polietilene e l’elemento di richiamo alla natura era il nastro adesivato di carta, che copriva tutto quello che prima avevo dipinto sul materiale plastico tramite dei pennarelli indelebili. La velatura lasciava trasparire la pittura”.
“Ho lavorato molto anche per esempio sulla grafica, con la serie ”Costellazioni” impiegando la carta per creare un fondo omogeneo, rifacendomi sempre all’idea del monocromo. Ho ricercato il vuoto nel pieno”.
Nella mostra “Per Giorgio. Arte a Massa e Cozzile” ho esposto l’opera dal titolo “Spirale”, poi utilizzata come immagine di copertina del saggio “La filosofia francese e i Greci” del prof. Luca Lera, un mio caro amico. La spirale è definita dal nastro di carta, ricordando molto mosaici piastrellati antichi. “Ho scelto il lilla perchè il nastro che ho utilizzato tende al paglierino. Il giallo è il complementare del blu. Si esaltano a vicenda. Volevo creare delle vibrazioni, che giocassero con lo stesso giro della spirale”.
Qual’è il suo legame con la città di Lucca?
“ A Lucca ho preso parte ad un progetto di Mauro Lovi per i cinquanta anni rombanti del liceo artistico. Aveva creato, nella sala intitolata a Mario Tobino, una casa circolare con dei quadrati profondi, dove in ognuno veniva inserita un’opera”.