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Benvenuti nella surreale atmosfera di Hollywood degli anni ’20. Un film da vedere tutto d’un fiato

Un film di 3 ore e 9 minuti non può non presentare delle controversie e Babylon non fa eccezione. La prima parte del film è una bomba, il regista (Damien Chazelle) ci immerge subito nell’atmosfera sfrenata e roboante della Hollywood degli anni ‘20. Esteticamente è magnifico: i colori, le scene, la colonna sonora creano uno spettacolo carico a mille che fa arrivare forte e chiaro il mondo del cinema dell’epoca. Un mondo fatto di feste sfrenate al limite del surreale con musica dal vivo, droghe, animali e sesso in un vorticare frenetico di immagini e colori che rendono giustizia al nome del film.

La storia si articola intorno a diversi personaggi. Manny Torres messicano che qui ha il ruolo di tuttofare, Nellie LaRoy star emergente che raggiunge il successo tanto in fretta quanto lo perde, Jack Conrad divo indiscusso dell’epoca chiamato a venire a patti con il proprio declino, Sydney Palmer musicista jazz di colore. Intorno a questi personaggi tutto il mondo caotico e irrefrenabile della Hollywood del primo novecento. Fin qui il film è coinvolgente al punto giusto, con momenti sia comici sia riflessivi: l’intento di far emergere il sottomondo cinematografico, quella parte oscura fatta di sfrenatezza e vita al limite si capisce e arriva a noi spettatori, il messaggio è chiaro ma non pesante. Lo scatto tra prima e seconda parte arriva quando nel cinema viene introdotto il sonoro. Qui la trama del film, il suo ritmo, insieme alla vita e alle storie stesse dei singoli personaggi cade a picco verso l’abisso in un modo talmente repentino e a tratti illogico che si ha l’impressione di vedere due film completamente diversi. Questo confonde e atterrisce, si rimane pietrificati e imbambolati e mentre il film scorre viene da chiedersi “ma cosa sto vedendo?”. L’emblema di questo drastico cambio di ritmo e di trama è l’episodio in cui Manny e il Conte fanno visita a un boss mafioso: tutta la vicenda della discesa nei sotterranei della città è completamente fuori contesto e sembra buttata lì a casaccio. Questa parte ha un che di horror, con scene buie, cruente, tutto caricato al massimo dei cliché di depravazione ma nell’insieme stona e risulta fuori contesto: l’intento di far emergere il degrado e la follia dietro i lustrini e i flash era già ben chiaro durante tutto il film, senza bisogno di caricarlo ai limiti del fuori trama. Dispiace anche che l’epilogo di personaggi portanti sia stato mostrato in modo frettoloso: si ha l’impressione finale che una quarantina di minuti sarebbero potuti essere tagliati oppure impiegati in modo più sensato. La parte finale sulla storia delle pellicole in senso meccanico è molto bella a livello visivo ma anche qui buttata un po’ a casaccio e quando le luci in sala si riaccendono si ha l’impressione che il film nella sua interezza non avesse un chiaro senso.

E’ un film che ho visto con piacere e consiglio di vedere anche solo per la sua complessità, per gli effetti visivi e sonori, merita sicuramente il prezzo del biglietto. Dando per scontato ovviamente il cast stellare (Brad Pitt, Margot Robbie, Tobey Maguire, Diego Calva, Jean Smart). Momento topic il dialogo tra Jack Conrad e Elinor St. John, davvero un momento di leggera ma toccante riflessione sul cinema e per traslato sull’arte tutta.