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Un viaggio nel suggestivo mondo della pittura “rivoluzionaria” a Palazzo Blu a Pisa (parte prima)

Si è appena conclusa la mostra a Palazzo Blu a Pisa, dedicata a “I Macchiaioli”, curata da Francesca Dini in cui sono stati esposti oltre centoventi capolavori provenienti da collezioni private, solitamente inaccessibili, e da istituzioni museali come la Gallerie degli Uffizi, il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, la Galleria d’arte moderna di Genova e la Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma.

La storia dei Macchiaioli comincia in uno storico locale fiorentino, il Caffè Michelangiolo, dove nel 1855, spiega Cosimo Bracci Torsi, Presidente di Palazzo Blu, si riunisce un gruppo di artisti, toscani come Telemaco Signorini, Serafino De Tivoli, Raffaello Sernesi, Cristiano Banti, Adriano Cecioni, Odoardo Borrani e Giovanni Fattori o provenienti da altre regioni italiane come Giuseppe Abbati, Vito D’Ancona, Vincenzo Cabianca e Silvestro Lega; Diego Martelli sarà il loro amico, consigliere e protettore. Sono i Macchiaioli”. “Il gruppo che si definisce “progressista””, prosegue , “vuol dar vita a una pittura moderna e rivoluzionaria che ripudia l’Accademia di Belle Arti e propone una nuova libertà di espressione: bando alla mitologia e ai grandi eventi della storia del passato, le loro opere raffigurano la realtà che li circonda, il paesaggio, i luoghi familiari e i fatti della storia che stanno vivendo”. “I Macchiaioli, definibili nel linguaggio dell’epoca “liberali” e “patrioti” vivono gli anni centrali del Risorgimento nazionale; il loro movimento, nato negli anni cinquanta, ancora pervasi nelle speranze della “primavera dei popoli” quarantottesca, vede la sua consacrazione con la mostra di Torino nel 1861, l’anno dell’Unità, e si scioglie negli anni settanta, nella deludente realtà delle imprese non esaltanti della nuova Italia. In Toscana in particolare, il loro insegnamento è stato poi seguito fino nei primi anni del Novecento: inizialmente da una seconda generazione di validi artisti, i Naturalisti, come i fratelli Gioli e i Tommasi”.

“I Macchiaioli”, come scrive la storica dell’arte Francesca Dini, “sono una delle più originali avanguardie nell’Europa della seconda metà del XIX secolo. […] Sono l’espressione più altamente poetica dell’Italia nata dagli eroici processi risorgimentali di unificazione nazionale. E in questo la loro unicità può dirsi assoluta e non rapportabile ad altri contesti e movimenti pittorici del tempo”.

Dopo la mostra del 1861 alla Società Promotrice di Belle Arti di Torino un giornalista anonimo del quotidiano “La Gazzetta del Popolo” li definì in senso dispregiativo “macchiaioli”, in un articolo pubblicato il 3 novembre del 1862. Da allora adottarono questo nome.

La mostra si apriva con il dipinto di Giovanni Fattori “Lega che dipinge sugli scogli”. Gli artisti, ospitati da Diego Martelli nella sua villa di Castiglioncello, infatti, discendevano lungo i pendii verso il mare e ritraevano la natura, completamente immersi in essa.  Si può notare l’essenzialità espressiva di Fattori che fu capace di passare da piccolissime tavolette di legno grezzo, dipinte con una pennellata leggera e rapida, a grandi tele con scene campestri o militari. 

Nella prima sala erano presenti quadri di soggetto storico. In quel periodo, infatti, era considerato il solo degno di rappresentare una ricerca stilistica seria e meritevole.  Era presente una tela di Cristiano Banti “ Galileo Galilei davanti al tribunale dell’Inquisizione”, nella quale il pittore raffigura lo scienziato italiano, costretto dal Sant’Uffizio a rinunciare alle proprie convinzioni scientifiche, rappresentando così sé stesso con i propri ideali libertari e patriottici. Cristiano Banti fu un mecenate per gli amici macchiaioli, ospitandoli nelle sue proprietà. Era figlio di una discendente del casato dei Medici, la marchesa Vettori. 

Era presente anche la tela di Giovanni Fattori “Maria Stuarda al Campo di Crookstone” .

I Macchiaioli però abbandonarono il tema storico preferendo la pittura di macchia e lo studio dal vero.

Anche la pittura di paesaggio, dopo decenni di neoclassicismo e di romanticismo, era considerata un genere figurativo minore. Tutto cambiò con l’Esposizione Universale di Parigi del 1855. “Il paesaggio è la vittoria dell’arte moderna” affermano Edmond e Jules de Goncourt e altri critici francesi del tempo, ammirando le opere di Corot, Decamps e dei pittori Barbizon.

Nel 1859 De Tivoli dipinse, “Una pastura”, il suo capolavoro. Stimolò inoltre gli amici allo studio dal vero dipingendo la natura e i paesaggi . Fu così soprannominato “papà della macchia”.

“Una pastura”, raffigura due mucche, una chiara e una scura, che pascolano in riva ad un ruscello nella campagna fatta di morbidi declivi rischiarati dalle prime luci dell’alba.

Anche Giovanni Costa, detto Nino,  rappresentò in modo realistico e luminoso la bellezza del paesaggio, come si può notare nell’opera “Donne che imbarcano legna al porto di Anzio”.

Nella mostra era possibile ammirare anche opere del veronese Vincenzo Cabianca. Formatosi presso l’accademia, dopo il trasferimento a Firenze. Inizialmente preferì la rappresentazione di  interni popolari con scene di vita comune, caratterizzati da realismo e ricchezza cromatica. L’importanza della luce è osservabile nel suo dipinto “L’abbandonata”, datato 1858,  in cui un fascio luminoso investe la donna, distrutta dal dolore perché abbandonata dall’amante e allontanata dai figli. Strinse amicizia con Signorini. Insieme a lui, a Banti e a Borrani intraprese studi all’aperto nella campagna fiorentina, a Lerici, a La Spezia, divenendo uno dei maggiori rappresentanti del movimento macchiaiolo.


De Tivoli “ Una pastura”

Vincenzo Cabianca “ L’abbandonata”

Nino Costa “ Donne che imbarcano legna al porto di Anzio”

“ Mattino” Vincenzo Cabianca

Raffaello Sernesi “ Pastura in montagna”

“ Sul mare” Vincenzo Cabianca

Borra “ Cucitrici di camicie rosse”