Un viaggio alla scoperta del prezioso tesoro di opere d’arte esposto nel Museo lucchese (continua…)
Ha sede nella sontuosa residenza dell’importante famiglia di mercanti lucchesi, nel cuore di Lucca, l’interessante galleria d’arte della Pinacoteca Nazionale di Palazzo Mansi. Custode di preziosi dipinti di varie epoche, pittori e scuole d’arte italiane e non, che percorrono un intervallo storico compreso tra il cinquecento e il settecento. Nacque nel 1977 grazie alle opere donate dal granduca Leopoldo II d’Asburgo Lorena nella seconda metà dell’ottocento, per rimediare al grande vuoto lasciato dalla vendita di tutti i dipinti e mobilia più preziosa da parte del duca Carlo Ludovico prima della cessione del Ducato lucchese. Successivamente, venne arricchita con dipinti provenienti da collezioni private.
Il Duca Carlo Ludovico di Borbone, infatti, avendo accumulato ingenti debiti, era stato costretto fra il 1836 e il 1844 a mettere in vendita a Londra molte delle opere della raccolta di Palazzo Ducale. I dipinti furono venduti a prezzi irrisori o finirono dispersi. Si trattò di una perdita terribile per la città di Lucca. Erano presenti capolavori provenienti da chiese, conventi e famiglie lucchesi, dalle collezioni dei Buonvisi e degli Albani. Carlo Ludovico di Borbone cedette inoltre il Ducato di Lucca al Granducato di Toscana, a cui fu annesso nel 1847. Il pittore lucchese Michele Ridolfi supplicò il Granduca di Toscana Leopoldo II affinchè fornisse dipinti che potessero colmare in parte il vuoto lasciato a Palazzo Ducale, anche se non legati alla storia locale.Il Granduca accettò e fece dono di ottantadue opere, provenienti dalle collezioni medicee. Successivamente la Pinacoteca fu trasferita a Palazzo Mansi, dove si trova attualmente.
Tra i capolavori, custoditi nelle quattro sale, la tela di Jacopo Robusti detto Tintoretto “Il miracolo dello schiavo salvato da S.Marco”, l’ “Orazione di Cristo nel Getsemani” di Francesco da Ponte detto Bassano il Giovane, “San Sebastiano” di Luca Giordano, “Maddalena penitente” di Orazio Gentileschi, le scene agresti di Rosa da Tivoli e “La continenza di Scipione” di Domenico Beccafumi. Quest’ultima è una delle opere principali e raffigura l’antica tradizione secondo la quale il comandante romano Publio Cornelio Scipione, noto come Scipione l’Africano, dopo aver conquistato la città di Cartagena durante la “Guerra Hispanica”, ricevette, nel bottino di guerra, anche una bellissima ragazza ma poiché era già promessa, lasciò che andasse in sposa al giovane locale.“Non c’è più verosimiglianza con la natura” spiega la guida Carla “il paesaggio segue in parte i dettami leonardeschi però le figure non rispettano più le regole quattrocentesche della proporzione, dei colori e della plasticità delle forme perché ormai l’arte è un valore di per sé, al di là della rappresentazione naturale”.
Nella sala successiva è possibile ammirare ritratti, tra cui il famoso “Ritratto di giovinetto” di Pontormo, in cui dal manto emergono solo la mano, che rispecchia il tipico disegno quattrocentesco e il volto, dall’espressione difficile da interpretare, nascondendo il corpo, che nel quattrocento era misura di tutte le cose. Il pittore ha scelto proprio una tavola con tre nodi, che avrebbe potuto rovinare il quadro. Pontormo usa molto colori accesi, pastello, che vanno oltre la verosimiglianza con la realtà. Li trasmetterà anche a Bronzino, suo allievo. Un dipinto di Justus Sustermans, ritrattista ufficiale dei Medici, raffigura Maria Vittoria Della Rovere, moglie del Granduca di Toscana Ferdinando II de’ Medici. Fu l’ultima erede dei della Rovere e riuscì a portare a Firenze molti dipinti, esposti agli Uffizi. E’ rappresentata, in una veste nera, con il figlio in un tipico quadro di stato. Sono infatti presenti la tenda, i gioielli, gli abiti sfarzosi. Il pittore fiammingo disegna con precisione tutti i dettagli, ottenendo una freddezza che però era ricercata, trattandosi di potenti. E’ una pittura di tocco. E’ possibile, inoltre, ammirare il “Ritratto del Gran Duca Cosimo I de’ Medici in armatura” di Agnolo Tori detto Bronzino. Si tratta di replica del dipinto conservato agli Uffizi, nel quale però la figura è un po’ più lunga ed è presente l’alloro, pianta di famiglia. Sono presenti anche gli espressivi “Ritratto di Ferdinando de’ Medici ragazzo” e “Ritratto di Don Garzia de’ Medici bambino”, realizzati sempre da Bronzino. Nella sala successiva è visibile la “Madonna con Bambino, San Giovannino e Sant’Anna”, copia di Andrea del Sarto, anche se forse è presente anche la mano del maestro. Il pittore rielaborava le opere dei tre grandi, Leonardo, Raffaello e Michelangelo, al quale sembra ispirarsi nella scultorietà delle figure, dei tessuti, nella composizione piramidale. La rappresentazione delle figure all’interno di una forma geometrica è caratteristica del quattrocento. La dolcezza negli sguardi, nell’incarnato, richiama molto Raffaello. Secondo Vasari, la figura di vecchia non è S.Anna ma S.Elisabetta.
“In questo modo si spiegherebbe lo sguardo della madre che non sembra rivolto al bimbo ma dentro di sé o al futuro, quando moriranno entrambi i bambini, che giocano. A terra è un gioco formato da due canne legate fra loro, a forma di croce. Questo particolare potrebbe dare significato a quadro, nel giocattolo lasciato dai bimbi mentre le madri pensano al loro triste destino. In effetti lo sguardo è proiettato verso l’interno” spiega la guida Carla “E’ caratteristico di Andrea del Sarto, anche di Pontormo, mettere un particolare che magari sembra insignificante ma invece spiega tutto il dipinto.”
Tra i sei ritratti ammirabili, tra cui il “Ritratto di senatore veneziano” e il “Ritratto d’uomo” di Domenico Robusti detto Tintoretto. In quest’ultimo, realizzato non con il disegno ma con il colore, la figura emerge da uno sfondo nero, con una veste, di cui sembra di percepire la morbidezza. Tintoretto lo rende umano, cerca di coglierne la psicologia, senza inserire particolari che ne sottolineino l’importanza. E’ presente anche un’opera della cerchia di Bartolomeo Manfredi, con il volto di un bravo, colto in una smorfia un po’ audace. Nell’ultima sala sono presenti opere della pittura fiamminga, ritraenti scene di battaglia, ad esempio di Salvador Rosa, con i suoi cieli percorsi da nubi, e poi paesaggi soprattutto di Paolo Brill, in cui la veduta della natura diventa soggetto e la figura umana è ridotta a piccole dimensioni.


