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Il nostro incontro con l’artista, autrice della bella mostra presso il Palazzo delle Esposizioni della Fondazione Banca del Monte di Lucca

Presso il Palazzo delle Esposizioni della Fondazione Banca del Monte di Lucca è in corso la mostra di Alessandra Puntoni, famosa restauratrice, dal titolo “Sguardi”,  visitabile fino al 26 febbraio. 

L’abbiamo incontrata proprio durante la mostra e ne abbiamo approfittato per conoscerla meglio e farci spiegare le sue opere: “Sono restauratrice da sempre nell’anima, specializzata in affreschi e marmi. Ho lavorato tanto a Lucca ed in particolare nelle chiese di  S.Martino, S. Michele, Santa Maria Bianca, la tomba di Ilaria del Carretto e poi, il più importante è stato il restauro degli affreschi del Camposanto a Pisa. Nel corso degli anni, dal restauro puro sono passata a lavori ibridi e poi alla decorazione di ambienti antichi. Ad un certo momento, un committente mi chiese del figurativo e avendomi visto lavorare sugli affreschi staccati mi domandò se era possibile fare lo stesso tipo di pittura su pannello. Decisi di provare. Sono nate opere su tela irrigidita da materiale nautico, che si può arrotolare. Volevo affrontare il discorso dei falsi d’autore in veste di recupero. Sono opere che non esistono più. Un affresco presente alla mostra, ad esempio, è stato distrutto da Michelangelo per dipingere sopra il Giudizio Universale nella Cappella Sistina ma a noi erano giunte delle incisioni. In un altro, ho raffigurato Fillide Melandroni che era un’amante di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, per la quale compì un omicidio. E’ andata distrutto nel 1945 a Berlino ma rimaneva una foto, dal quale l’ho ricavato. Oppure Klimt: l’originale è piccolissimo ed è un acquerello. Io invece l’ho fatto gigante. Mi trovo a mio agio nel dipingere nel grande. I colori li faccio da sola per motivi tecnici ma anche per motivi pratici. Utilizzo sia resine acriliche sia materiali naturali come ad esempio le uova”. 

Come ha sottolineato anche nel catalogo che accompagna la sua esposizione, Alessandra spiega la sua tecnica e la scelta di rappresentare volti: “Parto da una stesura di tempera murale su pannello o tela e proseguo tramite il fissaggio con resina acrilica, necessario alla tenuta e al controllo dell’assorbimento del colore. Per il soggetto uso fotografie scattate da me o anche da altri, ma, in questo caso rielaborate fino a trovare un punto di vista personale.” “Mi appassionano i volti, essi portano tracce del nostro patrimonio genetico; non mi riferisco soltanto alle somiglianze con i nostri parenti, ma anche al legame col territorio di origine. Ci si fonde e ci si evolve, radici di uno stesso grande albero”.

Ci ha colpito il fatto che non ci siano quasi soggetti maschili ma quasi tutti femminili.

“E’ vero – risponde la pittrice. Ne è presente solo uno. Quando lavoravo in carcere, avevo pensato di fare una serie di ritratti alle persone dentro però ho finito prima l’esperienza”. 

Un altro motivo frequente sono le ballerine. “E’ vero, perché pratico da venti anni danze caraibiche. Per me il ballo così come i cavalli, rappresenta la felicità. Il movimento, la musica, sono momenti nei quali stacco il cervello”.

In una delle sale sono raffigurati spesso volti di donne con lineamenti un po’ orientali e con occhi molto espressivi. Ci può spiegare questa scelta?

“Sono lineamenti, volti, sguardi, che hanno una connotazione precisa, molto affascinante. I volti europei l’hanno persa mentre invece nella pelle scura, negli occhi neri, c’è qualcosa di speciale. I tessuti dei costumi o qualcosa di simile sono colori sgargianti, sono una scusa per mettere gioia nell’opera”.

Nella sala al secondo piano sono raffigurate spesso donne in pose molto sinuose, con linee molto curveggianti, quasi avvolte su se stesse, per quale motivo?

“Ho riadattata l’immagine che avevo. Poi, curvy, la linea tonda è bella.”

In un’altra sala ispirandosi alla pandemia ha scelto il cavallo, la solitudine e il fantasma

“Si, perché quando le opere sono state realizzate ero parecchio triste. Il cavallo è stato l’essere vivente a cui mi sono potuta accostare in un momento in cui eravamo tutti distanti”.

Per realizzare un’opera spesso parte da una fotografia.

“Quando trovo qualcosa che mi interessa, che mi intriga, lo fotografo. Spesso sono volti, in qualche caso sono anche situazioni. Ad esempio c’è un quadro “Virginia e la luce” ispirato ad un momento in cui sono entrata in una stanza, la persona che lavorava in questo ufficio era investita da una luce invernale molto forte. Ho fatto la fotografia e poi ne ho ricavato l’opera”. 

Ha realizzato il restauro di Ilaria Del Carretto

“Si, ho partecipato per molto tempo e devo dire che pur apprezzando la bellezza del monumento, non penso che la persona raffigurata sia Ilaria e che il suo autore sia stato Jacopo della Quercia. Ci sono molti studi al riguardo. Ed io condivido quello di Annamaria Giusti, la direttrice dell’Opificio delle Pietre Dure, che, con prove documentali, ha spiegato bene che  non si tratta di Ilaria, anche se a tutti piace crederci.

Confrontando la scultura di Ilaria Del Carretto con le opere dello stesso periodo di Jacopo non ci sono similitudini. Sembra si tratti di uno scultore francese. Il monumento stesso è un pastiche, un collage di cui uno dei lati è di Jacopo della Quercia, quello con i festoni è di Matteo Civitali, i due lati corti rappresentano una croce e lo stemma di Ilaria del Carretto mentre i marmi sono tutti diversi”. 

Quando l’ha restaurata in quali condizioni l’ha trovata?

Stava bene. Aveva il naso consumato, frutto di troppo amore e di una leggenda che voleva che chi riusciva a baciarla avrebbe riconquistato entro l’anno l’amore perduto. Così, a forza di accostarsi, quando ancora era consentito, le hanno consumato il colletto e anche le labbra ma le sue condizioni erano ancora buone.” 


“Volto Bruno”2018 Tecnica mista su tela

Alessandra Puntoni durante l’intervista

Cavallo fondo verde”, 2019
Tecnica mista murale

“Virginia e la luce” 2019 olio su tela

“Ballerina” 2018 Tecnica mista su tela