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Ha compiuto 75 anni ed è sempre alla base della democrazia nel nostro paese. Che valore ha oggi

E’ tornata di moda al Festival di Sanremo. A rilanciarla è stata un’esibizione del comico Roberto Benigni ma di fatto la Costituzione italiana, la nostra “magna carta”, ha da poco compiuto 75 anni (1°gennaio 1948/2023). E noi abbiamo voluto parlarne con un autorevole statista, il dott. Roberto Paggini.

Come vanno interpretati, a suo parere, i tre capi fondamentali della Costituzione (principi, diritti e ordinamento)?

Sul modo di interpretare la nostra Costituzione si confrontano fondamentalmente due scuole di pensiero. Nel primo modello i “principi” e i “valori” vengono intesi come qualitativamente del tutto diversi dalle “regole”, e cioè più deboli sotto il profilo della cogenza; nel secondo orientamento, pur non negandosi la distinzione tra le norme programmatiche e le regole vere e proprie, i “principi” vengono intesi come dotati di una normatività forte: qualcosa di vincolante per il legislatore e dunque origine di possibili violazioni per commissione o per omissione. Personalmente mi iscrivo alla seconda delle due correnti di pensiero, in quanto l’altra può avere l’effetto di depotenziare importanti norme costituzionali.

Secondo lei, qual è stato il grado di applicazione fino ad oggi della Costituzione?

Prescindendo dalla mancata applicazione di alcune norme particolari (vedasi ad esempio quelle relative alla regolamentazione dei partiti e dei sindacati) ostano ad un giudizio di completa attuazione della Costituzione ingiustificate omissioni od insufficienze legislative in materia di diritti civili, di parità di genere, di tutela del patrimonio ambientale e culturale, nonché di promozione della ricerca scientifica. Da segnalare inoltre una legislazione schizofrenica in materia di diritto processuale penale, emanata spesso sull’onda emotiva di questo o di quel fatto contingente. Infine (ultimo rilievo ma non per importanza) la politica dovrebbe farsi carico di un maggiore impegno in relazione all’art. 4 con particolare riferimento al lavoro giovanile.

La funzione di rappresentatività e di rappresentanza impresse dalla Costituzione sono tutt’oggi vive nella pratica gestione della politica italiana ed europea? Perchè?

Ancor più che nel passato, in un mondo globalizzato e nel quale si devono affrontare problematiche sempre più complesse, in una democrazia la sovranità popolare, così come sancita dal primo articolo della Costituzione, non può esercitarsi che attraverso un sistema fondato sulla delega. La nostra Costituzione, nel disegnare tale rapporto, ha scelto la forma delle democrazie parlamentari, una scelta di certo non casuale all’indomani del fascismo ed attuale anche oggi, di fronte al pericolo di rigurgiti autoritari che pervadono l’intera Europa. Rimanendo nel solco di una democrazia parlamentare si potrebbe anche andare ad un rafforzamento dell’esecutivo ma solo se accompagnato da una riforma degli organi di garanzia: ad esempio, Presidente della Repubblica non più eletto con la sola maggioranza assoluta e Corte Costituzionale sottratta alle nomine di tipo partitico. Per quanto concerne la cosiddetta democrazia diretta, chi afferma di attuare attraverso di essa il principio della sovranità popolare, finisce con l’affossarla: il populismo toglie al popolo, nel momento in cui assume di rappresentarlo, ogni reale rappresentanza e rappresentatività e costituisce, potenzialmente, un pericolo autoritario.

A parer suo, l’istituzione “Provincia” mantiene tutt’oggi l’importanza che gli ha voluto attribuire la Costituzione? Perché?

A differenza delle regioni, che si fondano su una omogeneità storica, culturale ed il più delle volte economica (tanto che si avvertì la necessità di dar loro vita come pilastri della programmazione economica nel programma del primo centrosinistra -salvo poi commettere l’errore di andare ad una duplicazione anziché ad una sottrazione delle funzioni dello Stato-), le province rappresentano spesso una realtà meramente geografica e burocratica, le cui funzioni possono ben essere devolute ai comuni (singoli o associati) o alle regioni stesse.

Cosa suggerisce per salvaguardare la nostra Costituzione?

Il mio suggerimento consiste in una modifica dell’art. 138 della Costituzione tesa a sottrarre la possibilità di accedere alla revisione costituzionale da parte di una semplice maggioranza governativa: occorrerebbe passare ad una ampia maggioranza qualificata. Non sembri, questo suggerimento, in contraddizione con quanto da me sostenuto circa la bontà della modifica concernente la soppressione sostanziale del Senato, approvata con appena la maggioranza assoluta: primo, poiché sono stato chiamato ad esprimere un giudizio sul merito della riforma stessa; secondo, poiché alla stesura aveva partecipato anche uno dei maggiori partiti di opposizione, poi sfilatosi dall’accordo per motivi politici.

A suo avviso, la Repubblica Italiana avrebbe maggiore interesse a diventare federale o confederale? Perchè?

La mia opinione è che l’Italia non debba diventare federale, né, tanto meno, confederale. Ritengo che il federalismo trovi la propria ragione d’essere, il più delle volte, quale massimo momento unificante partendo da situazioni di separatezza; ma in uno Stato come l’Italia, nato come unitario, dotato di unità linguistica (e quindi culturale pur nelle differenziazioni) e che ha potuto forgiare lo spirito unitario nel corso di un secolo e mezzo di storia, il passaggio ad uno Stato federale non potrebbe che stare a significare l’inizio di un processo di disgregazione nazionale.

E’ ancora valido il modello costituzionale della repubblica delle autonomie?

Al di là dei nominalismi, in base ai quali la riforma del 2001 del titolo quinto della Costituzione fu sbandierata per motivi elettoralistici come la “riforma del federalismo”, niente che faccia veramente dell’Italia uno Stato federale è stato introdotto nel nostro sistema. Pur pasticciata e fonte di estenuanti contenziosi tra Stato Centrale e Regioni (ai quali peraltro la recente riforma bocciata dal referendum cercava di porre rimedio) quella riforma è venuta configurando il modello di una Repubblica delle Autonomie: un modello migliorabile ma fondamentalmente valido.

Condivide l’affermazione del comico Roberto Benigni secondo cui la nostra Costituzione è la più bella del mondo? 

Per rispondere a questa domanda occorrerebbe possedere una conoscenza delle costituzioni di tutti i paesi democratici. Quel che è certo è che si tratta di una bellissima costituzione, che è riuscita a unire coerentemente in un sol corpo i principi della “democrazia formale” e della “democrazia sostanziale”.

Tratta da “Il Cittadino Mese