Amico dei grandi pittori, lucchese di adozione, ha dipinto per 75 anni. Il ricordo e l’omaggio di Lorenzo Pacini
Gualtiero Passani è stato uno degli artisti più apprezzati dalla critica a livello internazionale. Lucchese di adozione, ma carrarino di nascita, classe 1926. Nel corso dei suoi settantacinque anni di attività dipinse soltanto quello che sentiva a livello interiore, utilizzando colori meravigliosi, che sapevano donare sempre emozioni all’osservatore. Il critico d’arte Lorenzo Pacini, suo biografo e curatore, ci ha raccontato l’arte di un artista, che vedeva in essa la sua unica giustificazione di vita.
Lei era amico di Gualtiero Passani…
“Ho conosciuto Gualtiero Passani intorno al 2009-2010 perché era venuto nella vecchia esposizione insieme alla moglie. Non avevo mai avuto modo di vedere i suoi quadri. Cominciammo a parlare poi mi invitò a vedere il suo studio a Nozzano Castello. La sua era la tipica casa di un artista perché dalle pareti, i mobili, le decorazioni, era tutto arte, un’atmosfera quasi da fiaba. Una cosa che mi colpì subito. Andammo al piano superiore e mi accompagnò nel suo studio che era una stanza completamente sommersa dai quadri, che erano da tutte le parti, anche davanti alle finestre, che praticamente non si aprivano più. C’era poi un armadione di fianco pieno di tele. Io alzavo questi quadri e mi sentivo un magone dentro perché mi trovavo di fronte all’arte espressa di un intero secolo, 75-70 anni di pittura con differenziazioni di stili incredibili. Erano trent’anni, dal 1980 al 2010, che non esponeva più perché aveva fatto la scelta di fare unicamente quello che gli piaceva, senza il condizionamento delle gallerie e dei critici d’arte. Non si fidava più di loro poiché gli compravano i quadri senza vederli. Aveva degli incontri con i collezionisti stranieri, quelli che venivano magari anche da Roma però erano cose molto limitate. Io feci una mostra dove misi tutta la sua storia in trecentocinquanta opere a partire dal 1945 fino al 2010. Ebbe veramente un enorme successo. Per lui fu come un rigenerarsi. In quell’occasione scrissi il primo libro su di lui. Gli feci tante interviste ma non lo conoscevo mai abbastanza perché ogni tanto si scoprivano degli aneddoti che sarebbe stato il vanto di qualunque pittore come il fatto che Moses Levy invidiava i suoi cieli, i suoi colori oppure Renato Birolli gli chiedeva consiglio. Ottone Rosai litigò con il gallerista perché aveva esposto i quadri di Gualtiero Passani da un lato, i suoi dall’altro però la gente li trascurava e guardava i quadri di Gualtiero Passani. Ottone Rosai piantò un sigaro contro un quadro bestemmiando contro il gallerista. Pablo Picasso, con il quale ha avuto una frequentazione, ebbe l’esternazione di fronte al fotografo: “Questo è un grande artista” riferito a Passani. Sono cose che avrebbero inorgoglito chiunque. Aveva preso medaglie d’oro per varie mostre. Non me ne parlava. Mi diceva perché aveva fatto delle cose invece di altre che è molto più importante. Molto modestamente diceva cose buone di ogni artista, anche mediocre, non l’ho mai sentito parlare male.
Ha dipinto sempre in piedi mai al cavalletto e con questo si è rovinato la circolazione delle gambe.
Quando lavorava non voleva essere interrotto perché per lui era un dramma, era come rompere un incantesimo. Quando dipingeva si estraniava dal circostante, era come se volasse, se non toccasse terra, come diceva lui. Immaginava un suo mondo, si creava una realtà sua, molto più profonda.
Ha fatto tanti viaggi, conosciuto tante persone ma era attratto solo dal fare arte. Lui si realizzava solo quando faceva arte anche se ha voluto bene a famiglia, moglie, amici.
Quando lui parlava, lo faceva come un innamorato può parlare della sua amata. Era pieno di amore per l’arte. Qualunque supporto gli andava bene, plastica, legno, rame, bastava non fermarsi”.
Alcune opere sembrano ispirarsi alla metafisica, altre a Morandi. Può descriverci le suggestioni presenti nel corso della sua produzione?
“ Non è stata determinata dalle visioni di altri artisti. Alcuni dei suoi quadri hanno un’impronta metafisica unicamente perché indicano un silenzio, una meditazione, un ascolto. Lui era attratto dalle architetture come De Chirico ma mentre quest’ultimo dipingeva ad esempio una piazza con colonne, Passani aggiungeva sempre qualcosa: se rappresentava una piazza o un monumento, inseriva un’ombra che indicava un movimento. Dipingeva quadri surreali. Il fatto di non prendere mai sul serio le cose faceva parte del suo carattere. Ne capiva l’importanza ma anche la superficialità. Aveva un senso critico molto sviluppato. Raffigura figure ridicolizzate ma in modo benevolo, ad esempio l’ammaestratore che vorrebbe impartire ordini all’oca e lei lo prende in giro oppure la suora casta che fa vedere le gambe. E’ un modo per fare ironia ma anche per ridimensionare l’autorità, il potere”.
“Passani ha avuto rapporti con i maggiori artisti del novecento fra cui Moses Levy, Ardengo Soffici, Lorenzo Viani, Ottone Rosai, Pablo Picasso ma conservò sempre la sua autonomia. Il rispetto che avevano per lui i pittori era grande. Lo chiamavano “il maestro.”
Passani non accettava di eseguire ritratti perché lo annoiava l’idea di fare ritratti fotografici ma rappresentava spesso la donna perché per lui era una figura primaria. L’ha sempre raffigurata non particolarmente bella. Era quella figura vissuta che doveva essere amante, moglie, madre. Per lui era un polo di attrazione, superiore all’uomo. Nella sua produzione ci sono anche i paesaggi ma non reali, bensì visioni dove descrive momenti della sua vita, i suoi ricordi cecando di raffigurare lo stato d’animo, il coinvolgimento emotivo, fisico, passionale. Il paesaggio è una scusa per descrivere sé stesso. Il mio libro “Paesaggi della memoria” tratterà la sua produzione paesaggistica dal 2005 al 2019”.
Passani sceglie come soggetti ad esempio il pazzo, il derelitto, la prostituta, pagliacci…
“Si è sempre sentito vicino ai poveri, ai derelitti, alle persone meno abbienti, ai mendicanti, alle prostitute, ai cavatori, perché lui è di Carrara. Ma comunque, in tutti i casi, a queste figure dona sempre una possibilità, una speranza, non le fa disperare”.
Per Passani era importantissimo il colore
“Per lui era l’anima, era ciò che lo stimolava. Aveva anche una grande abilità nel disegno ma il colore era determinante”.


