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L’arte con gli occhi di Alessandra

a cura di Alessandra Romani

Da secoli, la Cattedrale di S. Martino a Lucca, ne è la casa naturale. Il capolavoro del celebre scultore senese Jacopo della Quercia, il monumento funebre forse più bello al mondo, dedicato a Ilaria del Carretto, seconda moglie del Signore di Lucca, Paolo Guinigi, morta a soli 25 anni nel dare alla luce la seconda figlia. L’opera, realizzata tra il 1406 e il 1410, vede la bella e giovane Ilaria giacere su un basamento, come se fosse addormentata, con la testa appoggiata su un cuscino. E’ utile a questo punto soffermarsi sui dettagli. Il corpo ed il volto sono rappresentati con notevole realismo. Indossa un abito raffinato, forse lo stesso con cui fu sepolta, lungo fino ai piedi, stretto sotto il seno da una fascia. I capelli sono raccolti nel cercine, acconciatura tipica del Quattrocento. Ai suoi piedi si trova un cane, forse un molossoide, rappresentante la fedeltà coniugale, che pare in attesa dei comandi della padrona. Il panneggio risente della scultura tardogotica mentre il volto, bellissimo, fortemente caratterizzato, dell’Umanesimo. Il basamento, infine, decorato da putti che sorreggono festoni, si ispira ai sarcofagi di età classica. 

Il capolavoro all’inizio si trovava nel transetto meridionale in prossimità dell’altare della famiglia Guinigi. Lì è rimasta una porzione del pavimento con pietre strette e lunghe, su cui doveva essere posato il sarcofago. Nel 1430 con la caduta della signoria dei Guinigi, furono rimosse la lastra con lo stemma e un’iscrizione commemorativa, in quanto richiamava al Signore di Lucca ma al suo interno non riposò mai il corpo di Ilaria che, invece, sarebbe seppellita nella Chiesa di S. Francesco a Lucca. Oggi, la scultura ha trovato la sua nuova dimora nella sacrestia del duomo, dove è visitabile.

Il capolavoro colpisce per il contrasto tra la bellezza, la giovinezza della donna e la fredda immobilità del sonno della morte.  Così la descrive il critico d’arte inglese John Ruskin: “Ella giace su un semplice cuscino, con un segugio ai piedi. La veste, di foggia medievale, è assai modesta; attillata alle maniche e chiusa al collo, le ricade sul petto in finte pieghe. Il capo è cinto da una fascia con tre fiori a forma di stella, ed i capelli sono acconciati alla maniera della Maddalena, con un’ondulazione che si nota appena là dove sfiorano la guancia e nient’altro. Non ha le braccia conserte, né le mani congiunte o levate. Le braccia sono adagiate dolcemente sul corpo, e le mani si congiungono nell’atto di abbassarsi. Il morbido drappeggio scende fino ai piedi, celando quasi il segugio. Impossibile esprimere l’incomparabile leggiadria delle labbra e degli occhi chiusi, o la solennità della morte, il cui marchio è impresso sull’intera figura. Ci si aspetta ad ogni istante, o meglio, sembra di assistere ad ogni istante, al momento estremo del trapasso.

Del suo fascino rimasero stregati grandi poeti e scrittori come  D’Annunzio, Pasolini e Quasimodo che vollero omaggiarla con le loro odi.

Per lei D’Annunzio scrisse nel sonetto “Lucca”:
Tu vedi lunge gli uliveti grigi
che vaporano il viso ai poggi, o Serchio,
e la città dall’arborato cerchio,
ove dorme la donna del Guinigi.
Ora donne la bianca fiordaligi
chiusa ne’ panni, stesa in sul coperchio
del bel sepolcro; e tu l’avesti a specchio
forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi.
Ma oggi non Ilaria del Carretto
signoreggia la terra che tu bagni,
o Serchio, sì fra gli arbori di Lucca
rosso vestito e fosco nell’aspetto
un pellegrino dagli occhi grifagni
il qual sorride a non so che Gentucca.


“Davanti al simulacro di Ilaria del Carretto”
di Salvatore Quasimodo
“Sotto la terra luna già i tuoi colli,
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni”.