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Sulla breccia da oltre cinquant’anni, ci porta dentro l’atmosfera del Festival di Sanremo

Aria di Festival nella settimana di Sanremo e anche noi abbiamo voluto viverla intervistando un’artista che è sulla breccia da oltre cinquant’anni. Un timbro inconfondibile, una presenza costante ancora in TV, una simpatia straripante, questa è  Orietta Berti, con le sue canzoni intramontabili, un’artista che negli ultimi anni, si è rilanciata anche in campo canoro.

Orietta Berti, cosa ricorda in particolar modo delle sue tante partecipazioni al Festival di San Remo ?

Sanremo fa parte della mia storia e della mia carriera come di quella di tanti miei colleghi che hanno raggiunto la popolarità ed il successo negli anni d’oro della musica tra gli anni ’60 e ’70. Sanremo è sempre stato molto emozionante per tutti, anche se spesso non eravamo noi cantanti a voler andare, ma erano le case discografiche che ci obbligavano, perché era una grande vetrina. Oggi è diverso, allora l’ambiente era ricco di tensione, forse anche troppa. L’interpretazione era fondamentale, era quella che rappresentava il successo o no di un brano, non solo per la giuria della manifestazione, ma più che altro per il seguente successo in termini di pubblico nei mesi dopo il festival. Un errore durante la diretta o una esibizione sotto tono, sarebbe stata molto negativa, anche perché allora non erano tanti i momenti televisivi dove promuovere il proprio lavoro. Ricordo “Io ti darò di più” (1966), “Quando l’amore diventa poesia” (1969), “Occhi rossi” (1974), “Futuro” (1986)…anche nel 1992 insieme al geniale Giorgio Faletti.
Che significato ha avuto per una ragazza poco più che ventenne come lei con una voce “straordinariamente inconfondibile”, esibirsi al Festival di San Remo ?
Come ripeto era molto emozionante ed era un periodo di grande pressione mediatica, forse anche eccessiva. Come “CANZONISSIMA” di Raiuno in quegli anni…entrambi erano dei momenti mediatici importantissimi. Per un artista significava raggiungere la popolarità e il vastissimo pubblico (quasi 30 milioni di spettatori) e mi creda che anche un piccolo errore poteva decretare il successo o il fallimento di un intero anno di produzione. Quello che è stato fondamentale per me (e credo per tanti altri miei colleghi) era il fatto di raggiungere tali palcoscenici in età molto giovane, forti di una spensieratezza tale che ci rendeva forti di fronte alle pressioni della stampa e alle aspettative del pubblico.
Generalmente tutti i Festival di San Remo sono edizioni di enorme livello artistico: grandi interpreti e numerosi ospiti di fama internazionale. Cosa e chi ricorda, in particolar modo, di tutti questi numerosi artisti?
Come ogni produzione di spettacolo ci sono anni di grande successo ed anni di crisi, però è chiaro che con il tempo sono cambiate le cose. Negli anni Sanremo da grandissima vetrina musicale in tv (insieme a “Canzonissima”) si è poi sempre più evoluta in programma televisivo lasciando a volte quasi in secondo piano la gara per dare più spazio ai riflettori per ospiti stranieri e per i monologhi dei comici. Si sono tante le performance di artisti internazionali che hanno fatto la storia di Sanremo, da Louis Armstrong ai Beatles, da Tina Turner a Whitney Houston, dagli U2 a Elton John.
L’edizione del 1986 è passata agli annuari anche per la vittoria di Eros Ramazzotti. Come giudicò questa vittoria e la canzone vincitrice? La sua straordinaria “Futuro” meritava il 6° posto?
Meritava il 6° posto o forse anche il 1° posto, ma l’importante non è la classifica del Festival, ma il risultato che il proprio brano ha sul pubblico. Ci sono canzoni di Vasco, Zucchero, Rino Gaetano e tanti altri che ottennero un piazzamento al festival non eccelso ma che vendettero milioni di dischi e diventarono brani di successo. Proprio per “Futuro” ricevetti un bellissimo telegramma da parte del caro Lucio Dalla che mi faceva i complimenti per questo mio brano…fu molto gradito e molto sincero come messaggio di stima, e già da questo esempio si può capire come la forza di una canzone non sta in una giuria ma nel pubblico che la fa propria.
Quale delle sue partecipazioni alla kermesse sanremese ricorda con particolare emozione? Perchè?
Sono state tutte bellissime partecipazioni. Quella del 1966 con “Io ti darò di più” e tutte avevano una emozione diversa, perché diversa era la tensione e il momento storico. Allo stesso modo ricordo con tanto affetto anche quando nel 1992 andai in coppia con Giorgio Faletti per cantare “Rumba di tango”…fu molto divertente. Penso che ogni partecipazione sia stata significativa e abbia arricchito la mia carriera, però non penso che solo “i Sanremo”, per un artista, siano importanti… fondamentale sono i tour di concerti, le produzioni tv, la continua produzione musicale… e soprattutto l’amore del proprio pubblico.
Come giudica le qualità delle canzoni degli “attuali” Festival di San Remo rispetto a quelle in cui lei ha partecipato nel corso degli anni che spaziano dal 1966 al 1992?
Non dipende dalle canzoni di ieri o di oggi, dipende solo se le canzoni che si portano al Festival di Sanremo siano “belle canzoni” o “brutte canzoni”. Se rimangono nella memoria del pubblico ed emozionano allora entreranno nel cuore della gente e nella storia della musica come successi, se no avranno un destino diverso.
Secondo lei, nel campo della musica leggera italiana, quali cambiamenti sostanziali si sono verificati?
Con l’avvento del digitale è cambiato tutto, una volta erano le vendite di dischi che alimentavano il mercato, oggi è la rete con la sua distribuzione on-line e con le visualizzazioni dei videoclip sulle piattaforme e network digitali. Molte figure e strutture dell’industria discografica si sono modificate radicalmente o sono addirittura sparite. E’ un periodo di transizione e di rivoluzione che ha colpito tanti da un lato ma che ha creato nuove opportunità dall’altro. Prima erano le case discografiche che dirigevano ogni singolo passaggio della filiera, oggi le produzioni indipendenti invece sono la strada prescelta (io iniziai nel 1982) e ci si appoggia alle case discografiche per la distribuzione del proprio progetto.
Tutte le edizioni della kermesse sanremese, a nostro avviso, condotte da Pippo Baudo hanno lasciato un segno imperituro. Condivide questo nostro giudizio? Perchè?
Pippo insieme a Mike rappresentano i volti storici di Sanremo. E’ sempre stato un bravo professionista e ha sempre diretto bene il Festival, ma anche Carlo Conti lo ha fatto, come anni fa Paolo Bonolis e anche il mio caro amico Fabio Fazio, che presentò la storica edizione del Festival invitando il premio Nobel Renato Dulbecco non solo come ospite ma come parte integrante di un’idea di Festival eterogenea…perché il Festival è di tutti. Ricordo che in quell’anno Io, Fabio e Teo Teocoli presentavamo il “Dopo Festival”, infatti oltre alle 12 edizioni come interprete nella mia carriera ho 2 edizioni del Festival come presentatrice (una anche per Sanremo giovani).
Corrono gli anni, ma il Festival di San Remo ci aspetta ogni inverno con le sue novità e le sue delusioni. Quali sentimenti prova ogni anno?
Come ripeto negli anni è cambiato molto è divenuto un grande programma televisivo ma ha perso quella molto in termini di aspettative, di pubblico, di coinvolgimento della popolazione e di empatia del pubblico. Ricordo che negli anni d’oro del Festival se ne parlava per tutto l’anno…delle canzoni di successi, dei suoi personaggi nuovi e classici che vi partecipavano, dei costumi e della moda che il Festival mostrava…oggi tutto è concentrato in una settima o forse due (quella che precede il festival), poi però tutto viene ridimensionato e si aspetta il febbraio successivo.
Orietta Berti, quanto ritornerà al Festival di Remo?
Penso di aver già partecipato in tante occasioni al Festival e comunque di farne sempre parte, perché una volta entrato nella sua storia si diventa “di famiglia” a Sanremo. Oggi in televisione e nei media ci sono tante produzioni importanti e belle. Però solo se avessi davvero un brano bellissimo potrei pensare di tornare a Sanremo, cosi per curiosità o per sfizio.

Tratta da “Il Cittadino Mese